Serendipity

Serendipity

Valtellina, Italy

Gen 2018

Serendipity è una parola che indica la predisposizione a imbattersi per caso in scoperte fortunate. Il termine, coniato  dallo scrittore Horace Walpole  nel 1754  in una lettera rivolta a un suo amico inglese che viveva a Firenze, ci torna in mente mentre ascoltiamo la vita di Antonella, che si è trasferita da Venezia qui, dove vive curando il proprio buen ritiro Il Dosso Maroggia, accogliendo gli ospiti di passaggio e facendo del bene a questa benevola terra come se vi fossero nati i propri nonni. Così, ogni mattina, ci svegliamo in una stanza che svela fiuto femminile per le cose belle, scendiamo le scalette centenarie accarezzando la vastità di un panorama fatto di pendii, pianure e discese avvolte dal primo sole. Da sinistra a destra, il pizzo Coca e il Rodes (i più alti, oltre Sondrio), poi il Meriggio, varie creste orobiche e il Pizzo Presio, i tagli della val Cervia e della val Madre. Alle spalle l'Alpe Granda e Scermendone. E ci troviamo a parlare di piccoli editori, vitigni, rifugi mentre la caffetteria borbotta, la tavola è apparecchiata con ogni nostro desiderio mattutino e il giradischi va. Inno allo scambio, all'empatia, alle affinità. La Valtellina è la nostra ultima scoperta e la serendipia un dono che non smetteremo mai di coltivare e benedire. Un giorno a Morbegno, conosciamo l’arte dei pezzotti, i tipici tappeti locali. Laboratorio Ruffoni, dove Davide tesse l’ordito secondo tecniche ereditate da suo nonno e da suo padre, sui telai postindustriali. Una casa-bottega che per colori ci riporta in Mongolia, e per sapore, nell’Italia della nostra infanzia. Tappeti multicolori dai disegni geometrici, che Davide improvvisa sul telaio, creando pezzi unici. Abbiamo scoperto che la strada che da Tirano porta a Gerola Alta è un viaggio da fare e rifare costeggiando montagne di larici e abeti rossi. Visitiamo epoche antiche tra i vicoli del paese, negli spazi dell’Ecomuseo, tra aule vintage e vecchie botteghe. Assaggiamo scaglie di Bitto autentico e polenta prelibata alla Casera, dove  un’illuminata comunità di locali, i Ribelli del Bitto, lavora, supportata da Slow Food, per preservare l’eccellenza di questo nobile formaggio. Ascoltiamo storie  di tome invecchiate fino a dieci anni e di giovani pastori che d’estate abitano gli alpeggi delle Valli del fiume Bitto, producendo il formaggio secondo rituali antichi. Perché ogni felice scoperta conduce a un’altra, lungo strade che riservano anime affini e meraviglie inattese. Come il campo di mirtilli nel quale Olmo ha lavorato e fantasticato fino a inventare una linea di conserve, nettari, addirittura una birra. Poi è arrivata la scommessa di un bar, affacciato sulle Alpi Retiche e Orobie, di una bottega che raccogliesse l’eccellenza della gastronomia locale e la trattoria, dove Olmo stasera ci ristora con piatti che sanno di bosco, ruralità e giovinezza. Entra ed esce dalla cucina, instancabile e gioviale, si ferma solo per parlare con i suoi ospiti. A noi svela il progetto di un albergo in cantiere, un motivo in più per tornare. A Teglio un piccolo bosco si alza verso una rocca affacciata su un profilo frastagliato di cime disegnate sull’orizzonte. La domenica ci piace percorrerlo, sederci sulla panchina vicino alla torre medievale e ascoltare il silenzio delle montagne e poi rifugiarci tra le meraviglie rinascimentali di Palazzo Besta. Per pranzo, ci sediamo nella sala più classica dell’Hotel Combolo, vecchio hotel di montagna di cui approviamo l’anima old fashion. Sciatt perfetti e Pizzoccheri tirati a mano, serviti con verze, patate, burro e Casera, secondo l’illustre ricetta dell’Accademia, vanto di questo dolce borgo arroccato a 900 m s.l.m sulle Alpi Retiche. Verso il confine, nella Vineria Tirano apprendiamo i segreti e la storia del chisciöl, insieme alla Confraternita, che ne tutela e divulga l'antica ricetta. Una grande frittella a base di formaggio e farina grano saraceno, antico pasto frugale della valle, spesso utilizzato come provvista durante i lunghi cammini. Questa enoteca è il sogno realizzato di Filippo, il proprietario, ispirato dal caffè di Trieste dove si riunivano gli intellettuali a parlare e parlare, scaldati da sorsi di vini buono. Anche qui l'ospitalità si compie attraverso atti di fraterna generosità di fronte al camino, è come riunirsi a casa di amici e improvvisare un altro sabato d'inverno insieme. Il rito dell'aperitivo (un viaggio tra le sfumature di vini che hanno anime e storie speciali) si fonde con la cena, tutti -amici, habitué, forestieri- arrivano e poi restano. Senso di appartenenza, profumo di resina, calore alpino. Mano a mano si sale a turno al bistrot, dove gli antichi ricettari vengono editati lasciandone intatta l'innata saggezza.

Si ringrazia l'ente del turismo della Valtellina.