Sifnos

Sifnos

Sifnos, Greece

Ott 2015

15 agosto 2015

Il traghetto Champion One della Sea Jets Line prende il largo con cautela dopo aver lasciato una piccola folla di turisti sul tramonto di Kamares. Eccole, le prime case bianche dalle finestre e le porte blu, azzurro cenere, pastello, turchesi, petrolio, acquamarina, poche volte gialle, oliva, bosco. Le colline brulle striate di muretti a secco, i cespugli ruggine e ocra, i verdi rari abbarbicati sulle rocce abbronzate, i motorini deboli ad avvolgere le curve in salita, le cupole dagli azzurri lividi, le croci immacolate e le coppie di campane protette dalle coppie di archi dei monasteri costruiti sugli orli di terre che finiscono con l’Egeo. Dai finestrini dell’auto che dal porto sale verso Apollonia, Sifnos ci appare un luogo misericordioso e illogico. Sicuramente qualcosa di più potente, più lascivo, più spartano e autentico, di quanto avessimo mai sperato di scoprire.

Non lo sappiamo ancora, ma Sifnos è una sera in cui un uomo, nel cortile di una chiesa di Artemonas, spezza con le mani grandi pani dolci e invita i turisti a partecipare alla cerimonia a lume di candela, offrendo loro ingombranti quadrati soffici che sanno d’anice; due contadini che salgono verso Kastro con le ceste piene di verdure appena raccolte, seduti su una coppia di muli stanchi; una pioggia salmastra che ci sorprende sulla discesa di terra rossa, che ricorda l’Africa e porta alla spiaggia remota di Vroulidia (un’ora di cammino dall’incrocio in cui ferma il bus diretto a Cheronissos); Sifnos è anche una processione guidata da un duetto di violini la notte di ferragosto, a cui prendiamo parte accanto ai paesani in costume, lungo i vicoli profumati di biscotto di Artemonas. Aromi intensi ogni volta che superiamo le cascate di gelsomino, di fico, di bouganville e i cespugli aromatici lungo sentieri che sempre e comunque portano al mare. Sei, che poi diventeranno sette, notti trascorse in un antico “wind mill”, pronunciato con quell’inglese di accenti duri che parlano gli isolani. Un mulino senza pale dove nacque e visse Aristomenis Proveleggios, poeta, scrittore, membro dell’Accademia di Atene. La sua foto sul camino, i suoi libri ancora nella vetrinetta e il mezzobusto nel giardino della scuola accanto.

Vanno ricordate le sveglie precoci decise dai galli insistenti, il ragliare degli asini, il suono metallico quanto melodico dei campanacci delle capre confuso nel richiamo delle chiese ortodosse. Vanno ricordati i primi sguardi del giorno a prendere cielo e mare oltre la campagna immobile punzecchiata di bianco, di blu e del rosso di un pick up fermo sempre sullo stesso punto. Solo qualche auto o qualche uomo che attraversa un campo a muovere il paesaggio. Vanno ricordate le colazioni sotto l’albero di Giuda, il pino, l’oleandro, tra il frullio delle tortore e il vociare dei passerotti di un nido.

Chi non ha prenotato per tempo il proprio mezzo in agosto a Sifnos gira in autobus. Come se non facesse bene a una vacanza contemplare la vita dell’isola da un ciglio della strada, ascoltare i consigli di chi, come noi, è in cerca di un altro tuffo dalle rocce o prendere scorci che avreste perso anche a bordo della più alta delle jeep o addormentarsi sulle note di una litania greca a basso volume quando il buio ha inghiottito anche l’ultimo campanile. Ogni giorno è un’avventura alla ricerca di uno scoglio da addomesticare (e che, a sua volta, renderà meno addomesticate noi) di fronte ad acque che mostrano oneste il proprio fondale. Con il passare dei giorni, gli occhi si allenano alla ricerca della superficie meno scomoda dove appoggiare il telo, i libri, la Nikon FE2 e il cestino di pesche. I massi bruniti di Cheronissos (a destra del parcheggio guardando a Nord) che ci ricordano la pelle di un anziano elefante, i bagni sotto alla Roccia Sacra di Chrisopygi, un paradiso diviso con Valerie e Delphine, due francesi che ci aspettano a Biarritz e i pesci screziati nascosti nelle piscine salate tra gli scogli smussati dal meltemi. Si arriva da Faros, sorpassando Apokoftou, lungo un sentiero che percorriamo due volte: di giorno lasciandoci alle spalle il vociare della spiaggia e di notte, al buio, sotto le stelle vispe e cadenti di San Lorenzo. Da Kastro si raggiunge la chiesa Panagia Poulati (costruita nel 1871) e gli scogli sottostanti, che potrebbero essere il Messico quando la macchia mediterranea diventa giungla, lungo un percorso che non può essere descritto a parole, ma solo vissuto. L’ultima mattina torniamo a Kastro e inseguiamo l’eco struggente di una melodia che proviene dalla Chiesa dei Sette Martiri e scopriamo una grotta dove un’aspirante cantante lirica intona Casta Diva facendo il bagno mentre una banda di ragazzini francesi si arrampica e si tuffa a ripetizione e da altezze troppo estreme per noi, interrompendo quel canto con grida e fragorosi boati. A cena indossiamo ancora il costume e il sale sulla pelle nelle trattorie sui moli dei villaggi di pescatori, tra le tamerici o arroccate sulla spalla di un borgo. L’unico impegno mondano è il cinema all’aperto di Artemonas, dopo aver fatto scorta di pani e biscotti in una delle tante vecchie fornerie del paese. Come non rivedere "The Grand Budapest Hotel" in lingua originale, sgranocchiando ciambelline isolane all’arancio sotto le stelle di un’estate cicladica indimenticabile?

 

Parole e foto Laura Taccari. 

Grazie a Roberta, Emanuele, Giulia e Jacopo, Nina e Alexis, senza i cui consigli la nostra Sifnos non sarebbe stata così bella e a Virginia Archinto, preziosa compagna di viaggio, che mi ha aiutato a trovare la strada verso le nostre onde.